Portale del turismo del Comune di Brescia: tutte le informazioni utili per la visita della città

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Slow tour 6

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Da corso Zanardelli a corso Palestro

L’itinerario inizia da corso Zanardelli ( corso Zanardelli ha pavimentazione liscia e marciapiedi a raso) che rappresenta il centro della vita cittadina e passeggio privilegiato dei bresciani ed è caratterizzato dai portici che seguono il tracciato (comprensivo del lato orientale di via X Giornate) su cui sorgevano le mura romane e, successivamente, quelle della prima cinta medievale (XII sec.). Costruiti nel XIII sec. i portici erano originariamente ad una sola arcata e con semplici abitazioni ad un piano e furono raddoppiati nel ‘700 per allineare le abitazioni all’ingresso del teatro cittadino, appena ricostruito. Verso la metà del XIX sec.il corso raggiunse l’aspetto attuale con l’allineamento degli edifici lungo tutto il lato sud. A metà circa dei portici sorge il Teatro Grande, edificato, in proporzioni più modeste, l’Accademia degli Erranti nel 1634 e ridisegnato dal Manfredi nel 1739. La semplicità della facciata con le tre grandi arcate e la monumentale scalinata d’accesso, ideate nel 1789 dal Turbini, non rendono merito all’eleganza ed alla ricchezza delle sale interne che ne fanno uno dei più bei teatri italiani. Una curiosa conseguenza dell’innalzamento dell’edificio è ancora visibile, sulla destra del Teatro al civico 27, dove un originale ballatoio con pergolato e tettoia in zinco fu fatto costruire nel ‘700 dai proprietari di allora per continuare a godere appieno della vista sottostante. Quasi ai piedi del ballatoio è la  fontana con cilindro centrale (in origine collocato a metà di via S. Faustino) qui installata nel 1983. Nello stesso anno la fontana del Vantini, celebrativa degli eroici fratelli Porcellaga, fu trasferita nella prospiciente  piazza o crociera di S. Luca, così denominata dall’antica chiesa che qui si affacciava, prima che se ne capovolgesse l’orientamento a metà ‘800, ed alla adiacente crociera del primo  Hospitale magnum  cittadino fondato nel 1447 dagli Umiliati di Gambara, che la delimitava a sud, ma di cui non resta traccia.
Lasciato  corso Zanardelli proseguiamo l’itinerario verso il primo tratto di  corso Palestro (corso Palestro ha pavimentazione liscia), un tempo chiamato corso del Gambero forse per la presenza, dal 1465 fino ai recenti anni sessanta, dell’antica locanda che sorgeva all’imbocco della via, sull’angolo dell’attuale  corsia del Gambero e che riportava questo crostaceo sull’insegna. Più probabilmente il nome derivava dai Gambara, proprietari di tutta questa zona, che avevano proprio un gambero rosso nello stemma. Con questo stesso nome venivano indicate le case (1550-‘55) progettate dall’arch. Beretta su incarico del Comune che occupavano entrambi i lati della via.
Ancora visibili sono le 9 botteghe sul lato sud (di cui 3 su via Gramsci) senza portico e con appartamento soprastante, mentre sulla facciata del lato nord sono ben conservati gli affreschi dell’artista bresciano Lattanzio Gambara cui appartenevano le abitazioni: quarantotto grandi quadri ispirati ad episodi biblici e della storia romana e greca (1556-57), parzialmente visibili anche su via Gramsci. Questa singolare soluzione urbanistica rinascimentale, voluta dal Comune ed unica nel suo genere, è ancor meglio testimoniata dagli edifici, ideati sempre dall’arch. Beretta, presenti nella vicina piazza del Mercato  (ha pavimentazione liscia e accessi a raso o con rampa sui lati nord ed est) che raggiungiamo superando l’incrocio con via Gramsci ( l’incrocio con via Gramsci ha marciapiedi a raso. Questo tratto della via è in pendenza). E’ questa una delle piazze cittadine più importanti e ricche di storia che fu fin dal ‘400 fulcro delle attività artigianali e commerciali, come testimoniano i vari nomi che nel corso di secoli l’hanno contraddistinta: dei Rebotti (dal dialetto  rebelòt = guazzabuglio), poi del Lino, quindi delle Erbe o dei Commestibili ed infine del Mercato. Sul lato sud è la serie di  case bottega (1547) dalle linee semplici e filiformi, con portico a dodici campate, ciascuna corrispondente ad una bottega a piano terra con abitazione nei piani superiori. Più elegante l’antistante Casa a portici (1558) probabilmente destinata a negozianti ricchi, con il porticato a dieci arcate con pilastri a bugne ed il piano superiore decorato da pilastri parietali in muratura con capitelli corinzi in stucco fra i quali si aprono le finestre sormontate alternativamente da frontoni spezzati da un piccolo busto centrale o semicircolari. Nella parte alta una fascia in stucco con fregi, foglie, girali e busti che, sul lato ovest dell’edificio, porta al centro uno scudo col nome del probabile autore degli stucchi. A completare l’immagine attuale della piazza intervennero nel XVII sec. le costruzioni sul lato occidentale: la piccola  chiesa di S. Maria del Lino (1608) oggi chiusa, disegnata dal Bagnadore con stile armonioso e semplicissimo, dalla facciata classicheggiante affiancata dal grazioso campanile ed eretta per rendere onore ad un’immagine della Vergine esposta sulla via adiacente e ritenuta miracolosa (poi conservata sull’altare maggiore).

Chiude la piazza il solenne ed imponente palazzo Martinengo Palatini (1675), oggi sede dell’Università agli Studi di Brescia, dalle armoniose linee barocche. La grandiosa facciata è divisa in tre scomparti: in quello centrale, rialzato, collegato ai laterali da due volute in pietra e decorato con le statue di Marte e Minerva attribuite a Sante Calegari il vecchio, spicca il bel portale affiancato da colonne con capitelli ionici decorati, a metà fusto, con ariginali festoni sostenuti da una testa di leone. Al di sopra del portale sono il bel balcone con ricche decorazioni di trofei d’armi e le finestre del piano nobile con frontoni spezzati e arcati e davanzali a balaustre, ripresi dalle vicine finestre degli scomparti laterali, queste ultime affiancate da altre con balconcino. Di fronte all’edificio è l’antica fontana, rinnovata nel 1831 dal Donegani ed arricchita da una statua del Labus, rappresentante un fanciullo che regge una cornucopia appoggiato ad un delfino.
Ritorniamo su corso Palestro, elegante e frequentatissima via cittadina, prosecuzione naturale di corso Zanardelli che, benché antica, presenta solo palazzi ricostruiti tra l’’800 ed il ‘900, fatta eccezione per questo primo tratto delimitato a nord dalle Case bottega dell’adiacente piazza del Mercato, seguite dalla fiancata della chiesa di Santa Maria del Lino.
Dalla chiesa di S. Francesco d’Assisi alla Contrada di Santa Croce Superato l’incrocio con corso Martiri della Libertà ( l’incrocio con corso Martiri della Libertà ha marciapiedi a raso), raggiungiamo il sagrato della  chiesa di San Francesco d’Assisi (1254-65), bellissimo esempio dello stile di transizione tra romanico e gotico che fu ampliata nelle forme attuali nel 1470 dall’arch. Zurlengo. Nonostante gli innumerevoli rimaneggiamenti subiti nel corso dei secoli, la chiesa ha mantenuto intatto il lato ovest e la grandiosa e severa facciata, in chiara pietra bresciana, con il bel fregio ad archetti in cotto che corre sotto il tetto, i due piccoli occhi strombati, il bellissimo rosone ed il sottostante elegante portale a tutto sesto racchiuso da esili pilastrini. Per accedere all’interno della chiesa( accesso alla chiesa di S. Francesco da Tresanda S. Nicola n. 4, dal cancello che porta al chiostrino rinascimentale) percorriamo  tresanda S. Nicola ( l’incrocio con tresanda S.Nicola ha marciapiede con rampa; la via ha marciapiedi a raso abbastanza sconnessi), la via che scorre dietro l’abside e parte dell’adiacente convento francescano, e superiamo la graziosa piazzetta dell’Immacolata dove sono la bella fontana ottocentesca con tre mascheroni paffuti che emettono l’acqua (un tempo collocata a destra del portale) e la  statua della Vergine posta su una colonna qui collocata negli anni settanta. Sulla piazzetta svetta il bel campanile, contemporaneo alla chiesa con le due bifore sovrapposte: quelle inferiori romaniche e a tutto sesto, mentre a sesto acuto, più eleganti e ormai trecentesche, quelle superiori.

Dal cancelletto adiacente la piazzetta si entra nel giardinetto che, superato l’arco d’accesso sormontato dal medaglione in altorilievo (XVI sec.) raffigurante S. Francesco, immette nell’elegante chiostrino rinascimentale quadrato, con due arcate a tutto sesto per lato e fontanina marmorea al centro. Alle pareti affreschi con motivi decorativi del XIII sec., mentre nelle lunette sono affreschi del Marone (XVI sec.). Superata la sagrestia ( La sagrestia della chiesa di S. Francesco non è accessibile. Per accedere al corridoio si devono superare due porte a molla: la prima ad un battente seguita da una seconda a due battenti) entriamo nel corridoio dove, sulla sinistra, è un bell’affresco Cristo risorto, purtroppo mutilato nella parte inferiore, attribuito al Romanino. Sotto l’affresco è una preziosa edicola in bassorilievo in pietra di Sarnico che racchiude una Madonna con Bambino ed un santo mentre, sulla destra, si trova un’antichissima cappella trecentesca che oggi ospita la tomba di frate Giacomo Bulgaro. L’interno della chiesa ha riacquistato, grazie ai restauri degli anni cinquanta, la sobria e classica forma basilicale a tre ampie navate con due file di colonne ad archi leggermente a sesto acuto e copertura a semplice travatura a vista ed è ricchissimo di opere di grande rilievo. In primo luogo gli affreschi del XIII, XIV e XV sec. che in origine decoravano tutta la chiesa e di cui sono rimasti significativi esempi nella parete della navata di destra quali: due riquadri ben conservati nella fascia superiore iniziale, entrambi raffiguranti una Madonna in trono con Bambino (XIV sec.); tra il quarto ed il terzo altare, nella parte inferiore, un’Annunciazione con accanto S. Pietro (XIV sec.) di chiaro stile bizantineggiante come la ricca fascia superiore, decorata con una teoria di busti di angeli e santi aureolati che si ripete nelle parte superiore della parete tra il terzo ed il secondo altare, entrambe sicuramente appartenenti alla più antica decorazione della chiesa (XIII sec.). Qui è anche il notevolissimo affresco, riportato su tela, della Pietà (inizio del XIV sec.) di evidente scuola giottesca testimoniata dal realismo delle figure ritratte e dalla plasticità della composizione, mentre di stile ancora bizantino è il sovrastante folto gruppo di figure (metà del ‘300) rappresentante la Scuola francescana. Nel quarto altare di destra segnaliamo un prezioso affresco, riportato su tela del Romanino, la Discesa dello Spirito Santo dalla straordinaria profondità prospettica creata dai volti e dai movimenti delle figure che si assiepano attorno alla Vergine mentre, nel primo altare, è un capolavoro rinascimentale del Moretto, Santa Margherita d’Antiochia tra i Ss. Girolamo e Francesco (1530) in cui spicca la maestosa figura, quasi tizianesca, della santa ed il bel cromatismo delle vesti. Nella lunetta sopra la pala è l’affresco della Visitazione (1520) di Prata da Caravaggio, artista forse della scuola del Romanino, autore anche della pregevole pala nell’antistante prima cappella della navata di sinistra, lo Sposalizio della Vergine con S. Giuseppe (1520) dall’ordinato e simmetrico equilibrio delle figure e dal sapiente cromatismo. Nella successiva cappella è la grande tavola del Gesù Crocifisso (1320), raro dipinto lombardo di grande realismo e drammaticità che, come d’uso nelle chiese francescane, era in origine sospeso in mezzo al presbiterio dove restò, probabilmente, fino alla collocazione sopra l’altare maggiore, due secoli dopo, della bellissima pala del Romanino, Madonna con Bambino in trono e Santi (1516) capolavoro giovanile notevole per l’equilibrio e la potenza della composizione, la ricchezza del colore e la varietà dei toni e delle luci. Dello stesso autore, nell’abside, gli affreschi negli spicchi della volta raffiguranti il Redentore al centro ed, ai lati, i quattro Evangelisti, così come quelli nelle lunette con i quattro  Padri della Chiesa. Nella lunetta al centro dell’abside è una bellissima Madonna che adora il Bambino tra angeli musicanti, opera della scuola del Bembo (XV sec.). Concludiamo la visita alla chiesa entrando, dalla porta a metà della navata destra, nel bellissimo  chiostro eretto nel 1394 sopra quello preesistente del ‘200 che rappresenta uno squisito esempio di architettura claustrale con le piccole arcate in cotto a sesto lievemente acuto, i capitelli a foglie d’acanto e le colonnine in marmo rosso di Verona. Sopra la porta è un altorilievo funerario romano (I sec. d. C.) con tre rigidi busti frontali mentre, murato nell’ala nord, è lo scudo con leone rampante, stemma araldico del Sanson che ricorda la costruzione dei dormitori e refettori (1497).
Lasciamo la chiesa e ritorniamo su  corso Palestro fino all’incrocio con corso Martiri della Libertà ( Corso Martiri della Libertà ha marciapiedi a raso abbastanza sconnessi), importante ed antico tracciato cittadino che si concludeva con la porta di S. Nazaro, dove oggi si apre piazzale Repubblica. Raggiungendo il primo vicolo cieco sulla destra, un tempo denominato dei Ciclopi, scopriamo sulla parete nord un prezioso affresco del ‘400 raffigurante una  Madonna con Bambino, molto simile all’immagine miracolosa della Vergine che fu all’origine della fondazione nella vicina chiesa di S. Maria dei Miracoli, dove oggi è ancora conservata.
Sul lato opposto della via, al n. 13, sorge palazzo Martinengo Villagana (XVII sec.) attualmente sede della UBI Banca. Costruito su disegno del Carra, l’edificio si presenta con la possente facciata caratterizzata dal rilevante impiego delle colonne che incorniciano sia le finestre del piano terra, sormontate da originali finestrelle ovali fiancheggiate da piccoli obelischi con palla, che quelle del piano nobile, dai frontoni arcuati e spezzati per accogliere busti in altorilievo. Possenti le colonne dei due portali simmetrici con i sovrastanti balconi a colonnette interrotte da pilastrini, dove si affacciano le finestre, a loro volta incorniciate da colonne scanalate. All’interno del palazzo, adattato già nel 1926 a sede della Banca S. Paolo dall’arch. Dabbeni, troviamo inalterati: le due grandi statue allegoriche in pietra, nelle nicchie dell’androne, la  Liberalità ed il Disinteresse, attribuite al Calegari; parte del portico ad archi a tutto sesto con colonne abbinate che racchiude il bel cortile con due eleganti fontane nei due angoli: con conchiglia e mascherone quella sull’angolo nord-est e con statuetta in marmo di Venere o ninfa quella a nord-ovest. Sotto il portico il singolare scalone con i quattro possenti telamoni che sembrano sorreggere l’intera scala a due rampe, con balaustre a pilastrini ornati da piccole statue ed alternati a colonnette.
Proseguendo al n. 17 incontriamo palazzo Appiani ( l’androne di palazzo Appiani ha pavimentazione sconnessa), un semplice ed elegante edificio costruito nel XVI sec., purtroppo molto deteriorato, con il bel portale rinascimentale fiancheggiato da due lesene corinzie riprese nella porta finestra del sovrastante balcone e decorato da due tondi, un tempo colorati, nei semipennacchi. L’ultimo piano con i leggeri balconcini in ferro battuto è stato aggiunto nel XVIII sec. Particolare anche il piccolo cortile con la fontana barocca sul fondale affrescato con finte architetture dell’’800, mentre sul lato sud sono quattro arcate (oggi murate) con colonne del primo ‘500.
Nell’atrio, sulla sinistra, si intravede il maestoso scalone del ‘700 attribuito al Marchetti. Di fronte al palazzo spicca la bellissima facciata in marmo di Botticino della chiesa di Santa Maria dei Miracoli ( accesso alla chiesa di S. Maria dei Miracoli dal portoncino sulla destra del portale. Soglia con rampa)la cui parte centrale, iniziata nel 1488 e terminata nel 1500 con l’aggiunta dell’elegante protiro sormontato dall’edicola con timpano triangolare, fu edificata in origine per ospitare il miracoloso affresco della Vergine, oggi custodito all’interno. La tradizione ricorda che, in occasione dell’annuale processione devozionale, tra l’antistante palazzo Appiani e la facciata venivano tirati i teloni per proteggere clero ed autorità dalle intemperie. Questa parte della facciata fu probabilmente opera degli stessi scultori e mastri tagliapietre impegnati nella costruzione della Loggia e del Monte Vecchio di Pietà, come testimoniano le fantasiose e raffinate decorazioni impossibili da descrivere in sintesi, ma che restano un importante esempio di scultura lombarda del Rinascimento.
Nel 1560 la facciata venne completata con l’aggiunta delle parti laterali ed il coronamento superiore, mentre nel ‘700 vennero completate le cupole ed aggiunte le statue di S. Anna col Bambino e S. Giuseppe del Calegari nelle nicchie sovrastanti le porte laterali. L’interno, in gran parte distrutto nel bombardamento del 1945 che risparmiò solo la preziosa facciata opportunamente protetta da impalcature e transenne antiaeree, ha recuperato, grazie ad un accurato e complesso restauro, le primitive linee rinascimentali che ritroviamo nei fregi e nei festoni delle colonne e dei pilastri delle navate che si ripetono nei cornicioni e nei tamburi delle cupole sovrastanti la navata centrale e le cappelle laterali. Quasi intatte sono rimaste nel tamburo della prima cupola le statue dei dodici Apostoli (1489) e degli Angeli ed i busti di quattro  Dottori della Chiesa nei pennacchi così come, in quelli della seconda cupola, i busti dei quattro Evangelisti. Nell’abside restano le raffinate decorazioni scultoree, originali del XVI sec., nei pilastri dell’arcata e nelle due finestrelle con quattro figure di santi nelle piccole nicchie. Sulla parete di destra sono l’Assunzione di Pietro Marone e la Purificazione di Maria Vergine di Grazio Cossali (1594). Su quella di sinistra sono l’Annunciazione di Pier Maria Bagnadore (1597) e la  Natività di Maria di Tommaso Bona della scuola del Savoldo. Sulla parete di fondo si trova il quattrocentesco affresco della Vergine col Bambino, purtroppo molto restaurato, per cui venne edificata questa chiesa. Lasciamo la chiesa e, al n. 19, incontriamo palazzo Onofri, attuale sede della Banca d’Italia, costruito intorno al 1760 su disegno del Turbini, dall’elegante facciata su cui spiccano il marmoreo portale col sovrastante balcone in pietra ed i graziosi motivi ornamentali sotto i balconcini sagomati dell’ultimo piano.
Da contrada S. Croce a piazza Bruno Boni.
Girando a sinistra in vicolo Speranza raggiungiamo  contrada S. Croce ( marciapiedi a raso abbastanza sconnessi nelle contrade S. Croce e Soncin Rotto) dove, al n. 14, sorge  palazzo Ferraroli, poi Fenaroli, disegnato dall’arch. Turbini verso la metà del XVIII sec. con una singolarissima pianta a forma di E che utilizza l’ala centrale dell’edificio, fedelmente ricostruita dopo il bombardamento dell’ultima guerra, per dividere i due cortili: quello d’onore, più vasto, a sud e quello delle scuderie a nord. La facciata è formata dalle tre ali del palazzo, ciascuna con bella balconata in pietra al primo piano, collegate da un alto muro ornato con volute dove si aprono i due portali gemelli in pietra, a bugnato liscio, con stemma in ghiera centrale ed architrave portante due vasi in pietra con fiore in ferro (ripresi anche sui lati di entrambi i portali) e chiusi da eleganti cancelli in ferro battuto. Seguendo un accorgimento prospettico tipicamente barocco, al di là della strada sono due brevi giardini (ora incorporati in altri edifici) chiusi da ricche cancellate a tre battenti in ferro battuto affiancate da colonne abbinate e con motivi ornamentali in pietra e ferro, identici a quelli dell’antistante facciata.
Eguale soluzione scenografica a “cannocchiale ottico“ era visibile superato l’incrocio con contrada Soncin Rotto, dove si affaccia l’entrata secondaria di  palazzo Martinengo Villagana (v. pag. 36): dal portale principale in corso Martiri della Libertà, attraverso i cortili interni ed il portone secondario di destra che si apre su contrada S. Croce, lo sguardo sfociava sul giardino che faceva da sfondo, oggi occupato dalla palazzina Pirlo di inizio ‘900, progettata dal Trebeschi. Inalterata è invece questa sobria ed elegante facciata, probabilmente successiva alla principale, dominata dai due portali (quello di sinistra ora trasformato in finestra) che si collegano alle soprastanti finestre con timpano interrotto da un busto racchiuso in una conchiglia in pietra, mentre le altre finestre del piano nobile sono arricchite da cimase che racchiudono profili e da cornici rococò a festoni e frutta, riprese anche nelle finestre a piano terra. Restando in contrada Soncin Rotto, al n. 1 incontriamo palazzo Soncini disegnato intorno al 1760 dall’arch. Marchetti con linee essenziali ed eleganti. Sulla facciata sporge il maestoso portale con i mensoloni curvi a sostegno del sovrastante balcone in pietra, mentre sono tipiche del barocchetto le finestre del piano nobile con cimase. Dall’atrio è visibile, in fondo al cortile, il giardino con la grande fontana opera del Berenzi (1809) e solo una minima parte del suggestivo ed ampio portico a nove arcate. Attraversata  via del Cavalletto imbocchiamo tresanda del Territorio ( Tresanda del Territorio ha marciapiedi a raso abbastanza sconnessi e l’ultimo tratto è in pendenza), un’antica via che deve il nome alla presenza dal XV al XVIII sec. del palazzo della Delegazione del Territorio, organismo erariale della Repubblica Veneta. Al n. 16 scopriamo una rara dimora trecentesca, forse sede della Delegazione, con residui di decorazioni a fresco nella facciata che riproducono formelle marmoree colorate e losanghe nel sottotetto. Gli stessi motivi ornamentali vengono ripresi sotto gli archi a sesto acuto del portico con colonne a capitelli fogliati che si trova nel suggestivo cortiletto gotico, visibile al n. 18. Sulla parete sotto il portico, sopra le decorazioni originali, sono degli affreschi con finte architetture di epoca successiva, mentre originale sul lato sud è una scala in pietra con cordone in pietra rossiccia come corrimano. Raggiunta via Gramsci ( via Gramsci ha marciapiedi a raso sconnessi) , al n. 17 incontriamo  palazzo Bettoni Cazzago (XVIII sec.), oggi sede dell’Università degli Studi di Brescia.
Sulla facciata spiccano il portale a grosse bugne di gusto ancora barocco e le finestre dalla linea essenziale: quelle del piano nobile dalle cornici sagomate che racchiudono conchiglie alternate a trofei d’armi e quelle dell’ultimo piano con eleganti balconcini in ferro battuto.
Superato l’incrocio con via Moretto ( l’incrocio con via Moretto ha marciapiedi a raso) e percorsi pochi metri incontriamo la chiesa di S. Lorenzo: di origini antichissime, seppure incerte, fu ricostruita una prima volta nel XV sec. e, nelle linee attuali, tra il 1751 ed il 1763 ( la chiesa di S. Lorenzo ha accesso con scivolo dall’ingresso laterale di destra). Sulla facciata spiccano le alte colonne corinzie, i timpani, i cornicioni sporgenti e le balaustre decorate dai bei puttini autografi del Calegari che coronano i due ingressi laterali ed il portale sul cui timpano è la statua di  S. Lorenzo, forse del Carra, proveniente dalla precedente chiesa ( il sagrato della chiesa di S. Lorenzo è in acciottolato con passatoie centrali di cm. 60). Nell’andito dell’ingresso di destra sono la grande pala del Cossali Gesù incontra sua Madre (1616) e, a fianco, la tomba del vescovo Averoldi (1538) che si trovavano entrambe nella vecchia chiesa. Di fronte, dietro l’altare della cappella iemale intitolata a S. Maria Crocifissa di Rosa, segnaliamo la pregevole tela di Pietro Marone Incontro di Abramo con Melchisedek (fine ’500), mentre nella successiva seconda cappella di sinistra intitolata alla Beata Vergine della Provvidenza è conservato l’affresco raffigurante la Madonna in trono col Bambino (XIV sec.) ritrovato nel 1755 durante i lavori di ristrutturazione della chiesa e, purtroppo, molto restaurato. L’affresco è collocato nella splendida nicchia, opera del Calegari, con drappo marmoreo turchino sorretto da puttini (metà del XVIII sec.) e sovrastato dalla bella pala settecentesca del Lorenzi, Vergine col Bambino, S. Anna e S. Gioacchinodai colori caldi e squillanti. Sull’altare maggiore, particolarmente ricco di preziosi marmi utilizzati per il bellissimo tabernacolo e per la sottostante urna contenente i resti dei vescovi Ottaziano e Vigilio, è la bella pala del Cigaroli, Martirio di S. Lorenzo, piena di vita e di movimento e dai colori intensi e brillanti. Lasciamo la chiesa e raggiungiamo, a nord del sagrato, il varco che si apre sul muro della chiesa dell’antico monastero di S. Maria Maddalena, fondato dagli Umiliati di Gambara, un ordine religioso - laicale presente in Brescia e provincia dal XIII al XVI sec. che si insediò con le proprie domus  proprio in questa parte della città, sia per l’opera assistenziale svolta all’interno del vicino Hospitale magnum, sia per la presenza del fiume Garza di cui utilizzavano le acque per la loro attività di tessitura della lana. Il muro dell’antica chiesa, risalente al XIV sec. ma con quattrocentesche decorazioni in cotto, delimita a sud la caratteristica piazza Bruno Boni ( Piazza Bruno Boni ha pavimentazione liscia) che rappresenta di fatto quel collegamento tra via Moretto e corso Zanardelli (la cosiddetta  traversa del Gambero) teorizzato fin dall’’800, ma realizzato solo all’inizio del 2000. L’originale pianta irregolare della piazza si deve alla scelta intelligente di costruire sfruttando gli spazi vuoti preesistenti, senza interventi demolitivi, come dimostra l’ampia parte iniziale ricavata dove un tempo era il giardino di palazzo Bettoni Cazzago il cui colonnato chiude oggi il lato ovest della piazza. Dietro il busto commemorativo di Bruno Boni, sindaco di Brescia dal 1948 al 1975 e superata la sporgenza formata dai resti del muro probabilmente appartenuto all’antica chiesa di S. Marco degli Umiliati del XV sec.), si apre la parte finale della piazza, più raccolta e delimitata su tre lati da un porticato che conserva ancora, incorporato nella parete di fondo del lato ovest, un frammento del portale della chiesa. Alla fine del portico ha inizio la suggestiva corsia del Gambero ( Corsia del Gambero ha pavimentazione liscia ed è in forte pendenza), collegamento finale che, riportandoci su corso Zanardelli, conclude l’itinerario.

Tratto dalla guida "Brescia Possibile" di SLOWtime
Per le mappe di riferimento e maggiori informazioni: http://www.slowtime.it/