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Punti di interesse

"Accampamento degli Zuavi sugli spalti di Brescia" di Angelo Inganni

Mer, 04/06/2014 - 14:28 -- Armando
"Accampamento degli Zuavi sugli spalti di Brescia" di Angelo Inganni

La battaglia di Solferino e San Martino venne combattuta il 24 giugno 1859 fra l'esercito austriaco e quello franco-sardo, ponendo fine alla seconda guerra di indipendenza italiana.Fu la più grande battaglia dopo quella di Lipsia del 1813, avendovi preso parte, complessivamente, oltre 230.000 effettivi. Viene ricordata in Italia per essere il primo concreto passo verso l'unità nazionale italiana e in tutto il mondo per aver ispirato ad Henry Dunant la creazione della Croce Rossa Internazionale.
Nell’esercito franco-sardo militava il corpo degli Zuavi, costituito nel 1830, poco dopo la conquista di Algeri da parte dell’esercito francese; in origine era composto da un solo reggimento di mercenari provenienti, in gran parte, dalla tribù berbera degli zouaoua. In seguito i soldati di origine francese (in genere volontari) ebbero la prevalenza, mentre le truppe indigene furono integrate (1841) nei “tiralleurs algeriéns”, detti anche “turcos”; entrambi mantennero a lungo (fino al 1962) l’uniforme di elaborate fogge arabo-algerine. Inquadrati nella fanteria di linea coloniale, gli Zuavi si dimostrarono in grado di affrontare le situazioni più difficili e rischiose, anche grazie al loro notevole “spirito di corpo”, accentuato dalla presenza informale, all’interno di ogni compagnia, di squadre (le tribus) guidate da un veterano di riconosciuta autorevolezza (il débrouillard), che ripartiva i compiti durante i bivacchi o i trasferimenti.

"Santa Giulia crocifissa" di Carlo e Giovanni (?) Carra

Mar, 29/04/2014 - 15:19 -- Armando
Brescia, Santa Giulia crocifissa di Carra

Le fonti seicentesche – le guide di Bernardino Faino (1630-1669) e di Francesco Paglia (1660-1701) - ricordano con grande ammirazione la Santa Giulia in croce nella nuova chiesa delle monache benedettine; ne ricordano anche gli autori, identificandoli con Giovanni e Carlo Carra, figli di Antonio, titolare della bottega più importante nel panorama della scultura del XVII secolo in città e in provincia: proprio ai Carra spetta l’esecuzione dell’Arca dei santi Faustino e Giovita nell’omonima chiesa bresciana (1618-1626). Alla morte del padre Antonio (1632), Giovanni e Carlo – il terzo fratello, Stefano, avvierà una fiorente attività di architetto – raccolgono la tradizione della bottega paterna e lavorano in quella che sembra una sorta di simbiosi. L’unica eccezione di rilievo è quando Giovanni firma orgogliosamente l’Altare di San Benedetto ai Santi Faustino e Giovita (1645-1648).

Per quanto anche la Santa Giulia del Museo della Città esca da quella bottega - prima del 1630, anno in cui la ricorda il testo del Faino - la morbidezza della lavorazione del marmo, la finezza dell’espressione e la delicata modulazione dei piani luminosi tradiscono una mano affatto differente rispetto al San Benedetto firmato da Giovanni: in quest’ultimo, i tratti e la sbozzatura sono ben più decisi, il panneggio risulta assai schematico, per quanto affascinante. Siamo nel campo delle ipotesi, ma gran parte della sua esecuzione spetterebbe a Carlo, che rivestì autonomamente un ruolo di assoluta importanza come “inzegnero soprastante alla fabrica” del Duomo Nuovo, tra 1621 e 1659; Carlo, inoltre, risulta il firmatario della maggioranza dei contratti sopravvissuti, lasciandoci l’idea che fosse proprio lui il coordinatore dei lavori in seno alla bottega famigliare.

"L'Angelo" di Raffaello

Ven, 04/04/2014 - 15:37 -- Armando
"L'Angelo" di Raffaello

Nel 1821 il dipinto si trovava sul mercato antiquario fiorentino descritto come “Ritratto di giovane” ed era già attribuito a Raffaello. Paolo Tosio grazie all’interessamento di Teodoro Lechi riuscì ad acquistarlo con il certificato di autenticità dell’Accademia fiorentina. Con il Cristo benedicente, l’altra opera di Raffaello già nelle collezioni del conte Tosio, il “Ritratto di giovane” divenne una delle opere più celebrate fra gli intenditori bresciani, e non solo.
Ma perché il piccolo quadro veniva descritto come “Ritratto di giovane”?

La Vittoria Alata

Mar, 31/12/2013 - 10:37 -- Armando
Brescia, Vittoria alata, Santa Giulia museo della città

Si tratta di una figura femminile, volta leggermente verso sinistra; è vestita di una tunica fermata sulle spalle (kiton) e di un mantello (himation) che avvolge le gambe. È realizzata con il metodo della fusione a cera persa indiretta e risulta costituita da almeno trenta parti fuse singolarmente e saldate poi tra loro; è inoltre rifinita, come i ritratti, con strumenti a punta che ne definiscono con precisione i dettagli. Ad essa è stata poi aggiunta una agemina in argento e rame che ne cinge la capigliatura. Dovette essere prodotta nel secondo quarto del I secolo d. C. da un’officina bronzistica di alto livello dell’Italia settentrionale.
La posizione della figura, con una gamba leggermente sollevata e le braccia avanzate, si spiega con la presenza in origine di alcuni attributi che permettevano di identificarne il soggetto. Il piede doveva infatti poggiare sull’elmo di Marte, il dio della guerra, e il braccio sinistro doveva trattenere uno scudo, sostenuto anche dalla gamba piegata, sul quale erano stati incisi, con la mano destra, il nome e le gesta del vincitore (con queste caratteristiche veniva infatti rappresentata dai romani la dea Vittoria).

Le "Donne che lavorano" di Giacomo Ceruti, detto il Pitocchetto

Lun, 30/12/2013 - 15:12 -- Armando
Brescia, "Donne che lavorano" di Ceruti

Il grande quadro è parte di un gruppo di quattordici tele che fu reso noto per la prima volta nel 1931: allora appartenevano alla collezione di Bernardo Salvadego e si trovavano nel castello Martinengo a Padernello, in provincia di Brescia. Successivamente furono disperse e sono ora divise tra numerose collezioni private, il Museo Lechi di Montichiari e la Pinacoteca Tosio Martinengo. L’individuazione di questo eccezionale nucleo di dipinti determinò la vera e propria riscoperta del loro autore, il pittore milanese Giacomo Ceruti, che oggi è considerato uno dei maggiori artisti del Settecento lombardo.
Note come “ciclo di Padernello”, le tele dovevano decorare in origine più di un palazzo della nobiltà bresciana e furono aggregate in un unico insieme nel corso dell’Ottocento. Esse rappresentano persone di umile condizione, intente in attività quotidiane. Potrebbero per tanto essere ricondotte alla tradizione della pittura di genere, nella quale sono spesso raffigurate scene di vita popolare: tale tipo di dipinti godeva di grande fortuna nelle dimore aristocratiche dell’epoca, soprattutto per il tono leggero e ammiccante. Tuttavia, i quadri dedicati da Ceruti a questi temi (tutti concentrati negli anni del suo soggiorno bresciano, tra il 1724 e il 1735) si caratterizzano per un’intonazione totalmente differente.

La Croce di Desiderio

Mar, 24/12/2013 - 14:55 -- Armando
Brescia, Croce di Desiderio

La croce di Desiderio è una croce astìle - una croce che veniva issata su un'asta e portata a mano o su carri durante le processioni - costruita in legno per essere più leggera e rivestita da una lamina metallica dorata. La croce fu donata, secondo la tradizione, al monastero di San Salvatore e Santa Giulia dal re longobardo Desiderio, che insieme alla moglie Ansa lo aveva fondato tra il 753 e il 760.

Si tratta di una delle più grandi croci gemmate giunte fino a noi, è ricoperta da ben duecentoundici gemme incastonate sui quattro bracci e, caso unico tra le croci note, presenta il maggior numero di gemme antiche reimpiegate, circa cinquanta, molte delle quali provenienti da precedenti oggetti di ornamento.

"La Natività" di Romanino

Mer, 27/11/2013 - 15:15 -- Armando
Brescia, La Natività di Romanino

Intorno al 1545, all’età di circa sessant’anni, il pittore bresciano Girolamo Romanino dipinse questa Natività. La grande tela ornava una cappella laterale della chiesa di San Giuseppe a Brescia, che era intitolata all’Immacolata Concezione. Questo particolare tema influì profondamente sulla composizione del dipinto, determinando molte delle scelte compiute dal pittore.

Palazzo Salvadego

Mer, 13/03/2013 - 14:18 -- Chiara
Saletta delle nobili dame

Dalla piazza della Vittoria si imbocca via Dante Alighieri, antica via ricca di palazzi che purtroppo furono lesionati dai bombardamenti dell'ultima guerra. Fra i palazzi che si affacciano sulla via, troviamo al n° 17 palazzo Martinengo di Padernello oggi Salvadego, la più grandiosa dimora privata di Brescia la cui costruzione durò tanto che fu detto "palazzo della Fabbrica"; già edificato nel XV secolo su un nucleo trecentesco, fu poi ricostruito da Giovan Battista e Antonio Marchetti nel XVIII secolo; nel dopoguerra è stata ricostruita la zona gravemente danneggiata dal bombardamento aereo il 2 marzo del 1945. Lo spostamento d’aria causato dallo scoppio, purtroppo ha lesionato, e costretto al restauro, un ciclo di affreschi unico nel suo genere, attribuito al Moretto, che copre interamente una saletta, detta appunto Saletta delle nobili dame o del Moretto decorata interamente, sia nelle pareti che nella volta e nei costoloni, celebrata per la sua magnificenza fin dall’anno della sua esecuzione.

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