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“Corredo funerario da Nave - Una necropoli romana”

Mar, 06/10/2015 - 16:52 -- Armando
Tipologia: 
Brescia, Corredo funerario da Nave, Santa Giulia Museo della città

Il ritrovamento casuale nel 1978 di una serie di tombe in realtà non avrebbe dovuto destare grande sorpresa se si considera che la località in questione nella toponomastica locale si chiamava camp de morcc e si sviluppava lungo una strada conosciuta fino a poco tempo fa e denominata porcc de morcc ossia porta dei morti. La via, larga circa m. 10, dovette avere una certa importanza già dalla fine del I secolo a.C.
La piccola necropoli di 59 sepolture scoperta a sud di Nave nella frazione Cortine è di straordinaria importanza per numerosi ragioni. Innanzitutto lo stato di conservazione, praticamente intatto, ci permette di cogliere le tombe nello stato originario in cui sono state deposte al momento della sepoltura fra la fine del I sec. a.C. e il 96 d.C.

Da sempre, per tutti i momenti della vita implicanti un particolare "passaggio" come la nascita, il matrimonio e la morte, esiste una cerimonia specifica che a questi si accompagna, carica di elementi simbolici sovente di difficile spiegazione anche per chi li vive in prima persona. Oltre all'approfondimento di un ambito così personale e significativo per la comprensione dell'uomo, lo studio di una sepoltura è spesso prezioso in quanto incentrato su un'unità minima, arrestata cronologicamente e culturalmente in un istante preciso con tutta la sua dinamica intatta. Il sepolcreto abbraccia un periodo storico di passaggio alla piena romanizzazione delle valli bresciane in cui la romanitas diviene particolarmente marcata pur mantenendo alcuni elementi locali. Il sepolcreto con corredi funerari particolarmente ricchi con variazioni evidenti ci permette di intuire la moda, la ritualità e la vita intima che fa parte integrante della società dei vivi e la comunità dei morti.  Le associazioni degli oggetti di corredo hanno permesso di definire la cronologia e lo sviluppo  tipologico nel tempo di alcune classi di reperti che erano rimaste indefinite.

La raccolta minuziosa di campioni della terra del rogo incineratorio ha permesso di ricostruire parzialmente l'alimentazione coeva e l'ambiente naturale con le specie di alberi utilizzati per la cremazione.
L'eccezionale abbondanza di dati offerta dalla necropoli di Nave non ci permette di prendere in considerazione in questo luogo tutti gli aspetti del rinvenimento che viene trattato scientificamente in altra sede. Il rito funerario, eccetto alcuni casi rari,  è quello  tipico del momento storico cioè l'incinerazione che viene infatti definito da Tacito: Romanus mos. Soltanto con il II sec. d.C., inizia ad apparire il rito ad inumazione e lentamente la ricchezza dei corredi diminuisce in particolar modo con l'avvento del Cristianesimo. La maggior parte delle tombe aveva deposizioni in nuda terra, in anfora segata o ad incinerazione diretta mentre più raro è l'uso della cassetta in laterizi, in cista calcarea, in urna di vetro, in urna fittile e alla cappuccina. Una parte delle offerte sia suppellettili sia cibo furono bruciate sulla pira e deposte con la terra di rogo nella fossa mentre il corredo intatto che serviva al morto nell’aldilà (brocche, bicchieri, utensili vari, specchi, gioielli, oggetti per la toeletta, etc.) veniva  posto nella tomba in modo raggruppato vicino all'urna funeraria. Vi è un solo caso sicuro di offerta di cibo cotto (un’olla con un fagiano?) al momento della sepoltura. Curiosa è la presenza di asce associate all'offerta di maiale che verosimilmente è indicativa del rito di consacrazione del sepolcro legata alla formula sub ascia.  Suggestivo e relativamente raro è l'uso di costruire delle sorte di recinti funerari composti di frammenti ceramici bruciati sul rogo; tale costume potrebbe avere un significato simbolico circa la "rottura" o scissione della vita con la morte. Carica di significato rituale è la presenza di lucerne che "quale portatrice di luce  e simbolo di vita " è guida per il defunto nel regno dei morti. Infine, molto frequente è la moneta che serviva come obolo a Caronte per il pedaggio oltremondano da pagare per il passaggio del fiume Stige.
Si ritiene di presentare una tomba a titolo esemplificativo: particolarmente interessante è la tomba 22 sia per le combinazioni canoniche del corredo (olpai per la libagione, coppe di ceramica e di vetro per bere; la lucerna e l'obolo di Caronte) sia per la presenza di oggetti inconsueti come l'offerta di belletto e frutti rari come datteri.
Cremazione indiretta, ossa raccolte entro urna di vetro posta con parte del corredo in cista di calcarenite. Tre mattoni del tipo sesquipedales coprivano e segnalavano la cista. Anfora segata rovesciata verso nord quale segnacolo. Resti del rogo in una fossa quasi rettangolare (m. 1 x 0,63). I reperti osteologici e il materiale di corredo indicano la presenza di una defunta nella fascia d'età giovane, alla quale sono state offerte come pasto funebre volatili di piccola e media taglia, capra/pecora, maialino, datteri, olive, nocciole, mela (?), lenticchie e pane. Entro la ciste, belletto rosso vivo.

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