Portale del turismo del Comune di Brescia: tutte le informazioni utili per la visita della città

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Tags : complesso monastico San Salvatore-Santa Giulia

Brescia, Anfore da trasporto I sec. a. C.– IV sec. d. C.

Giunte nelle collezioni museali tra il 1906 e il 1935, furono ritrovate durante scavi effettuati nel territorio bresciano. La forma e le analisi archeometriche relative all’impasto argilloso e agli inclusi in esso presenti hanno permesso di risalire al loro contenuto e alla loro provenienza, collocandole in un arco cronologico molto ampio che va dalla fine dell’epoca repubblicana alla tarda età imperiale.

Brescia, Anfora attica a figure nere, detta di Vulci, Psiax

L’anfora attica a figure nere fu rinvenuta nelle necropoli etrusche di Vulci, nella Maremma laziale, durante una serie di fortunate campagne di scavo effettuate a partire dal 1828 da Luciano Bonaparte, principe di Canino, che vi

Brescia, Testi Colossali dal Foro

Le due grandi teste esposte nella sezione del Museo di Santa Giulia dedicata agli edifici pubblici di Brixia romana, sono quanto resta di due mensole in calcare locale (pietra

Brescia, la fontana di Berardo Maggi

La scultura, ricavata da un unico blocco di marmo di Botticino, proviene da una fontana originariamente collocata in uno dei due chiostri che un tempo ornavano il convento bresciano di San Barnaba.
Ritrae un vescovo – chiaramente riconoscibile dagli abiti che indossa e dal faldistorium, il seggio episcopale – generalmente e giustamente identificato con Berardo Maggi, prelato che nel 1298, investito del potere spirituale e temporale con il suo duplice ruolo di vescovo e signore di Brescia, pose fine alle lotte tra la fazione guelfa e quella ghibellina con la Pace che tuttora porta il suo nome.

Brescia, “Incontro degli sposi” di Floriano Ferramola

Il frammento di affresco è parte del ciclo che anticamente decorava il salone del palazzetto Calini in vicolo Borgondio, la cui costruzione fu avviata negli anni 1480-1490 da Tonino Calini e conclusa al principio del secolo successivo dal figlio Mariotto.Il salone, restaurato negli anni Ottanta del Novecento, presenta un’elegante partitura architettonica ad affresco che finge un loggiato ad arcate poggiato su un alto basamento, scandito da colonne e coronato da un fregio con girali d’acanto e cornucopie. Sotto le arcate trovavano posto in origine ampie scene figurate, delle quali restano oggi solo labili tracce e sporadici lacerti.
Menzionati in una fonte secentesca, gli affreschi furono oggetto di una vera e propria ‘riscoperta’ per opera di Paolo Borgonoli, che nella sua Guida di Brescia del 1826 ne celebrava la “perfetta quiete, semplicità e mutevolissima armonia”.
Nel 1844 il bresciano Bernardo Gallizioli, che stava sperimentando una tecnica all’avanguardia per la rimozione degli affreschi, strappò una parte delle pitture su incarico dell’allora proprietario, il miniatore Pietro Vergine. Per un certo tempo, ridotti “quadri”, gli affreschi rimasero a Brescia fino a quando nel 1861 la Giostra – il più grande degli strappi, corrispondente a un intero arcone – fu acquistato per il South Kensington Museum di Londra, attuale Victoria & Albert Museum. Anche altri tre frammenti trovarono una collocazione oltre Manica, passando poi nel 1960 in una dimora romana. Nel frattempo, nel 1903, il Comune di Brescia aveva deliberato di acquistare 5 frammenti per la collezione della Pinacoteca.

Brescia, "Crocifissione" di Floriano Ferramola

La grande Crocifissione occupa quasi interamente la superficie della parete orientale del Coro delle Monache, nel complesso monastico San Salvatore-Santa Giulia.
Fu dipinta dal bresciano Floriano Ferramola nel corso del terzo decennio del Cinquecento ma non abbiamo alcun riscontro documentario per poter avanzare una datazione precisa. La maggior parte degli studi, comunque, tende a fissare la sua esecuzione attorno al 1527, poco tempo prima della morte dell’artista, avvenuta nel 1528, quando questi era poco più che cinquantenne.
Morto relativamente giovane, Ferramola riscosse una grande fortuna presso i committenti bresciani, nobili e religiosi, grazie soprattutto alla sua capacità di essere chiaro e limpido nell’esposizione delle sue storie dipinte: valore primario in una Brescia sempre attenta ai fermenti religiosi e tradizionalmente convinta della funzione dell’arte come mezzo di comunicazione, oltre le mode manieristiche e intellettualizzanti. Già nel ciclo di palazzo Calini (1517-1518), Ferramola aveva applicato questo stesso principio ad episodi di carattere mitologico e simbolico, veicolando significati filosofici attraverso episodi di quotidiana serenità, entro paesaggi aperti e arcadici.

Brescia, Ritratto femminile in bronzo, Santa Giulia Museo della città

Nel bronzo è ritratta una donna di età matura, con un volto pieno, caratterizzata dalla tipica pettinatura di moda a Roma nella seconda metà del I secolo d. C.
È alto 40 cm e doveva appartenere a una statua completa, come suggeriscono la presenza di un frammento di veste visibile sul collo e la frattura sul lato posteriore, dovuta al distacco violento dal resto della statua.
È realizzato con la tecnica della fusione a cera persa e denuncia una buona qualità di esecuzione; non si vedono infatti le tracce lasciate dal procedimento di fusione e i dettagli sono stati abilmente lavorati a freddo con strumenti diversi, come si evince dalle ciocche dei capelli e dalle trecce.
Gli occhi sono realizzati in avorio e le iridi in pietra dura, mentre le ciglia sono tracciate a freddo.
La testa in bronzo venne portata in luce nel luglio del 1826, in occasione degli scavi archeologici promossi dell’area del Capitolium dalla Municipalità di Brescia e condotti dai membri dell’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti. Nell’intercapedine tra il tempio capitolino e il colle retrostante, venne infatti ritrovata insieme ai celebri bronzi bresciani, tra i quali la statua della Vittoria alata, le numerose cornici in bronzo modanate e lisce, e gli altri ritratti maschili esposti nel Museo della città.

Brescia, Cristo Redentore benedicente di Raffaello Sanzio

Insieme con l’Angelo della pala di Città di Castello e con una versione della Madonna dei garofani oggi giudicata prodotto della bottega dell’artista, la tavoletta del Cristo Redentore benedicente va a comporre il notevole nucleo di dipinti che Paolo Tosio acquistò all’inizio dell’Ottocento come opere autografe di Raffaello. Tali presenze contribuirono a fare della sua collezione uno dei centri di punta del gusto classicista in Italia settentrionale.

Il dipinto fu uno dei primi acquisti effettuati da Tosio sul mercato di Milano per la sua collezione da poco tempo iniziata: esso apparteneva alla famiglia dei marchesi Mosca di Pesaro, allora trasferitisi nel capoluogo lombardo. Le trattative, condotte con il tramite del conoscitore e collezionista bresciano Teodoro Lechi, cominciarono nel 1819 e si conclusero nel 1821. Al momento dell’acquisto la tavoletta era accompagnata da un documento che attestava fra l’altro che in quest’opera Raffaello volle ritrarsi “per Ecce Uomo”: l’ipotesi che nelle fattezze del Redentore si debba riconoscere un autoritratto dell’artista sembra trovare conferma nel confronto con altre opere, nelle quali il pittore si sarebbe raffigurato in diversi momenti della sua vita e del suo percorso artistico.

Brescia, testa di divinità femminile, Santa Giulia museo della città

La testa è stata rinvenuta nel 1956 negli scavi del teatro romano, tra la cosiddetta "aula dei pilastrini" e l’accesso occidentale al teatro stesso.
Si tratta di un pezzo di notevole qualità e di grande importanza, benché la superficie del viso sia rovinata e ci siano ampi danni nella zona del naso e della bocca e nella capigliatura.
Apparteneva a una statua di divinità femminile di dimensioni colossali, realizzata secondo la tecnica degli acròliti o delle sculture formate da un assemblaggio di pezzi. Tale tecnica era molto diffusa nel mondo greco-romano per la creazione di statue di culto di dimensioni colossali: solo le parti nude della figura erano realizzate in marmo mentre il corpo era costituito da una sorta di impalcatura lignea ricoperta dalle vesti, spesso realizzate in stucco dipinto o in lamine metalliche.

Brescia, Amazzonomachia, Santa Giulia Museo della città

Nella lastra, in marmo bianco a grana media, è visibile parte del combattimento tra sette Amazzoni, due delle quali montate a cavallo e una a terra con il proprio destriero, caratterizzate dal berretto frigio, dal chitone fermato sulla spalla sinistra che lascia il seno destro scoperto, e dagli stivali con il bordo risvoltato, gli embades; Amazzoni che lottano contro sei guerrieri nudi, taluni con elmo e uno a terra con klamis.

All’estremità sinistra si intravvede il braccio di un’altra figura mentre a quella destra il piede e il contorno della gamba di un altro combattente. La lastra risulta tagliata alle estremità, forse in occasione del reimpiego. L’intrico dei corpi, enfatizzati dai chiaroscuri del rilievo, conferisce alta drammaticità alla scena, sottolineata anche dalle pieghe nervose dei panneggi che, in particolare nella parte destra della lastra, coprono completamente il piano di fondo. Le numerose e sovrapposte posture di Ammazzoni, guerrieri e cavalli, che marcano con la loro posizione le diverse profondità di campo, sembrano segnare, pur nella continuità del rilievo, una pausa del ritmo in corrispondenza della coppia centrale costituita dal guerriero nudo stante che con il braccio sinistro trattiene per i capelli la donna inginocchiata che gli sta davanti, mentre con il destro sta per sferrare un colpo. Tale cesura sembra porre l’accento su queste due figure che dovevano segnare l’asse mediano della lastra.

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