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Tags : complesso monastico San Salvatore-Santa Giulia

Brescia, le fàlere di Manerbio, Santa Giulia Museo della città

Il termine fàlere, inusuale nel nostro lessico moderno, deriva dal latino phalerae, sostantivo che indica gli elementi metallici, borchie o decorazioni di vario genere, usate come ornamento o decorazione militare da portare sul petto o appendersi ai finimenti del cavallo.
Sono quindi molto probabilmente ornamenti per i finimenti di due cavalli le quattordici fàlere conservate nella sezione dedicata alla protostoria del territorio bresciano del Museo di Santa Giulia. Quattordici dischi d’argento decorati a sbalzo, due più grandi (diametro medio 19 cm) e dodici piccoli (10 cm), rinvenuti insieme ai frammenti di quattro elementi longitudinali ricurvi e tre catenelle, sempre in argento.

Fu una scoperta casuale quella delle fàlere, come tante volte accade per le più eccezionali scoperte dell’archeologia: sepolte sotto non più di “due badilate di terra” (circa 50 cm), gli oggetti vennero trovati nel febbraio del 1928 dai contadini dei nobili Gorno nell’ampliare la buca del letame presso la Cascina Remondina, poco distante dall’abitato di Manerbio. Questo piccolo tesoretto venne prontamente consegnato ai carabinieri e l’11 febbraio del 1928 a Giorgio Nicodemi, allora direttore dei Musei di Brescia. Acquistati dallo Stato, essi vennero poi consegnati in deposito temporaneo presso le Civiche Raccolte d’Arte di Brescia (oggi Musei civici d’Arte, Storia e Scienze) dove ancora oggi li troviamo.
Parvero da subito oggetti straordinari, ma talmente unici che li si credette inizialmente di età longobarda. Si tratta invece di una delle opere prodotte dai maestri celtici nell’arte della lavorazione dei metalli. Fu per primo Carlo Albizzati che nel 1933 li definì “i più singolari manufatti di arte celtica che possa vantare il nostro paese”.

Brescia, Santa Giulia crocifissa di Carra

Le fonti seicentesche – le guide di Bernardino Faino (1630-1669) e di Francesco Paglia (1660-1701) - ricordano con grande ammirazione la Santa Giulia in croce nella nuova chiesa delle monache benedettine; ne ricordano anche gli autori, identificandoli con Giovanni e Carlo Carra, figli di Antonio, titolare della bottega più importante nel panorama della scultura del XVII secolo in città e in provincia: proprio ai Carra spetta l’esecuzione dell’Arca dei santi Faustino e Giovita nell’omonima chiesa bresciana (1618-1626). Alla morte del padre Antonio (1632), Giovanni e Carlo – il terzo fratello, Stefano, avvierà una fiorente attività di architetto – raccolgono la tradizione della bottega paterna e lavorano in quella che sembra una sorta di simbiosi. L’unica eccezione di rilievo è quando Giovanni firma orgogliosamente l’Altare di San Benedetto ai Santi Faustino e Giovita (1645-1648).

Per quanto anche la Santa Giulia del Museo della Città esca da quella bottega - prima del 1630, anno in cui la ricorda il testo del Faino - la morbidezza della lavorazione del marmo, la finezza dell’espressione e la delicata modulazione dei piani luminosi tradiscono una mano affatto differente rispetto al San Benedetto firmato da Giovanni: in quest’ultimo, i tratti e la sbozzatura sono ben più decisi, il panneggio risulta assai schematico, per quanto affascinante. Siamo nel campo delle ipotesi, ma gran parte della sua esecuzione spetterebbe a Carlo, che rivestì autonomamente un ruolo di assoluta importanza come “inzegnero soprastante alla fabrica” del Duomo Nuovo, tra 1621 e 1659; Carlo, inoltre, risulta il firmatario della maggioranza dei contratti sopravvissuti, lasciandoci l’idea che fosse proprio lui il coordinatore dei lavori in seno alla bottega famigliare.

"L'Angelo" di Raffaello

Nel 1821 il dipinto si trovava sul mercato antiquario fiorentino descritto come “Ritratto di giovane” ed era già attribuito a Raffaello. Paolo Tosio grazie all’interessamento di Teodoro Lechi riuscì ad acquistarlo con il certificato di autenticità dell’Accademia fiorentina. Con il Cristo benedicente, l’altra opera di Raffaello già nelle collezioni del conte Tosio, il “Ritratto di giovane” divenne una delle opere più celebrate fra gli intenditori bresciani, e non solo.
Ma perché il piccolo quadro veniva descritto come “Ritratto di giovane”?

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