Portale del turismo del Comune di Brescia: tutte le informazioni utili per la visita della città

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Tags : museo di Santa Giulia

Brescia, Immagine di Romolo Romani

Dopo un esordio caricaturale ed espressionista e dopo le indagini sul volto umano, Romolo Romani, artista lombardo dotato di una particolare capacità anticipatrice circa le tendenze più all’avanguardia dell’arte europea e internazionale, è incamminato sulla strada della non figurazione, ancora una volta in anticipo rispetto ai generali andamenti dell’arte del suo tempo.Intorno al 1907 infatti si collocano i primi esperimenti astratto-concreti dell’artista. Immagine costituisce uno dei primi esempi di arte non figurativa a livello europeo: basti ricordare che il primo Acquerello astratto di Kandinskij è del 1910, così come è del 1912 il suo scritto Lo spirituale nell’arte, in cui proclama la volontà di rappresentare il rapporto tra forma e colore.

Brescia, Museo Santa Giulia, la Madonna che allatta il Bambino

Nell’opera della collezione della Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, la Vergine, seduta su un sontuoso trono di fattura gotica riccamente intarsiato, è ritratta nel naturalissimo gesto della madre che allatta il Bambino. Assiste alla scena un Sant’Antonio, dalla lunga barba bianca, identificato dal saio monacale e dal caratteristico bastone con la campanella. Esso inclina la testa in direzione dei personaggi divini e rivolgendo lo sguardo verso lo spettatore lo invita alla riflessione e alla contemplazione.

Brescia, Madonna con il Bambino e san Giovannino di Francesco Francia

La preziosa tavoletta era parte della collezione del conte Paolo Tosio, passata per lascito al Comune di Brescia nel 1844 e nucleo fondante della Pinacoteca Tosio Martinengo. La collezione Tosio, che il raffinato proprietario aveva allestito nel suo palazzo, facendo predisporre da Rodolfo Vantini alcune sale appositamente dedicate all’esposizione delle opere di maggiore pregio, era costituita principalmente da pitture, alle quali si accompagnavano sculture, stampe e disegni. Il gusto del conte lo portò a prediligere le opere degli artisti neoclassici (tra i contemporanei) e quelle di pittori che, in passato, avevano incarnato i medesimi ideali di bellezza e di armonia. A lui si deve l’acquisto dei due dipinti di Raffaello che sono tra i principali capolavori della Pinacoteca e anche di questa Madonna con il Bambino e san Giovannino, che nell’Ottocento era tra i quadri più ammirati della collezione.

Brescia, le fàlere di Manerbio, Santa Giulia Museo della città

Il termine fàlere, inusuale nel nostro lessico moderno, deriva dal latino phalerae, sostantivo che indica gli elementi metallici, borchie o decorazioni di vario genere, usate come ornamento o decorazione militare da portare sul petto o appendersi ai finimenti del cavallo.
Sono quindi molto probabilmente ornamenti per i finimenti di due cavalli le quattordici fàlere conservate nella sezione dedicata alla protostoria del territorio bresciano del Museo di Santa Giulia. Quattordici dischi d’argento decorati a sbalzo, due più grandi (diametro medio 19 cm) e dodici piccoli (10 cm), rinvenuti insieme ai frammenti di quattro elementi longitudinali ricurvi e tre catenelle, sempre in argento.

Fu una scoperta casuale quella delle fàlere, come tante volte accade per le più eccezionali scoperte dell’archeologia: sepolte sotto non più di “due badilate di terra” (circa 50 cm), gli oggetti vennero trovati nel febbraio del 1928 dai contadini dei nobili Gorno nell’ampliare la buca del letame presso la Cascina Remondina, poco distante dall’abitato di Manerbio. Questo piccolo tesoretto venne prontamente consegnato ai carabinieri e l’11 febbraio del 1928 a Giorgio Nicodemi, allora direttore dei Musei di Brescia. Acquistati dallo Stato, essi vennero poi consegnati in deposito temporaneo presso le Civiche Raccolte d’Arte di Brescia (oggi Musei civici d’Arte, Storia e Scienze) dove ancora oggi li troviamo.
Parvero da subito oggetti straordinari, ma talmente unici che li si credette inizialmente di età longobarda. Si tratta invece di una delle opere prodotte dai maestri celtici nell’arte della lavorazione dei metalli. Fu per primo Carlo Albizzati che nel 1933 li definì “i più singolari manufatti di arte celtica che possa vantare il nostro paese”.

Brescia, Santa Giulia crocifissa di Carra

Le fonti seicentesche – le guide di Bernardino Faino (1630-1669) e di Francesco Paglia (1660-1701) - ricordano con grande ammirazione la Santa Giulia in croce nella nuova chiesa delle monache benedettine; ne ricordano anche gli autori, identificandoli con Giovanni e Carlo Carra, figli di Antonio, titolare della bottega più importante nel panorama della scultura del XVII secolo in città e in provincia: proprio ai Carra spetta l’esecuzione dell’Arca dei santi Faustino e Giovita nell’omonima chiesa bresciana (1618-1626). Alla morte del padre Antonio (1632), Giovanni e Carlo – il terzo fratello, Stefano, avvierà una fiorente attività di architetto – raccolgono la tradizione della bottega paterna e lavorano in quella che sembra una sorta di simbiosi. L’unica eccezione di rilievo è quando Giovanni firma orgogliosamente l’Altare di San Benedetto ai Santi Faustino e Giovita (1645-1648).

Per quanto anche la Santa Giulia del Museo della Città esca da quella bottega - prima del 1630, anno in cui la ricorda il testo del Faino - la morbidezza della lavorazione del marmo, la finezza dell’espressione e la delicata modulazione dei piani luminosi tradiscono una mano affatto differente rispetto al San Benedetto firmato da Giovanni: in quest’ultimo, i tratti e la sbozzatura sono ben più decisi, il panneggio risulta assai schematico, per quanto affascinante. Siamo nel campo delle ipotesi, ma gran parte della sua esecuzione spetterebbe a Carlo, che rivestì autonomamente un ruolo di assoluta importanza come “inzegnero soprastante alla fabrica” del Duomo Nuovo, tra 1621 e 1659; Carlo, inoltre, risulta il firmatario della maggioranza dei contratti sopravvissuti, lasciandoci l’idea che fosse proprio lui il coordinatore dei lavori in seno alla bottega famigliare.

Brescia, Vittoria alata, Santa Giulia museo della città

Si tratta di una figura femminile, volta leggermente verso sinistra; è vestita di una tunica fermata sulle spalle (kiton) e di un mantello (himation) che avvolge le gambe. È realizzata con il metodo della fusione a cera persa indiretta e risulta costituita da almeno trenta parti fuse singolarmente e saldate poi tra loro; è inoltre rifinita, come i ritratti, con strumenti a punta che ne definiscono con precisione i dettagli. Ad essa è stata poi aggiunta una agemina in argento e rame che ne cinge la capigliatura. Dovette essere prodotta nel secondo quarto del I secolo d. C. da un’officina bronzistica di alto livello dell’Italia settentrionale.
La posizione della figura, con una gamba leggermente sollevata e le braccia avanzate, si spiega con la presenza in origine di alcuni attributi che permettevano di identificarne il soggetto. Il piede doveva infatti poggiare sull’elmo di Marte, il dio della guerra, e il braccio sinistro doveva trattenere uno scudo, sostenuto anche dalla gamba piegata, sul quale erano stati incisi, con la mano destra, il nome e le gesta del vincitore (con queste caratteristiche veniva infatti rappresentata dai romani la dea Vittoria).

Brescia, "Donne che lavorano" di Ceruti

Il grande quadro è parte di un gruppo di quattordici tele che fu reso noto per la prima volta nel 1931: allora appartenevano alla collezione di Bernardo Salvadego e si trovavano nel castello Martinengo a Padernello, in provincia di Brescia. Successivamente furono disperse e sono ora divise tra numerose collezioni private, il Museo Lechi di Montichiari e la Pinacoteca Tosio Martinengo. L’individuazione di questo eccezionale nucleo di dipinti determinò la vera e propria riscoperta del loro autore, il pittore milanese Giacomo Ceruti, che oggi è considerato uno dei maggiori artisti del Settecento lombardo.
Note come “ciclo di Padernello”, le tele dovevano decorare in origine più di un palazzo della nobiltà bresciana e furono aggregate in un unico insieme nel corso dell’Ottocento. Esse rappresentano persone di umile condizione, intente in attività quotidiane. Potrebbero per tanto essere ricondotte alla tradizione della pittura di genere, nella quale sono spesso raffigurate scene di vita popolare: tale tipo di dipinti godeva di grande fortuna nelle dimore aristocratiche dell’epoca, soprattutto per il tono leggero e ammiccante. Tuttavia, i quadri dedicati da Ceruti a questi temi (tutti concentrati negli anni del suo soggiorno bresciano, tra il 1724 e il 1735) si caratterizzano per un’intonazione totalmente differente.

Brescia, Croce di Desiderio

La croce di Desiderio è una croce astìle - una croce che veniva issata su un'asta e portata a mano o su carri durante le processioni - costruita in legno per essere più leggera e rivestita da una lamina metallica dorata. La croce fu donata, secondo la tradizione, al monastero di San Salvatore e Santa Giulia dal re longobardo Desiderio, che insieme alla moglie Ansa lo aveva fondato tra il 753 e il 760.

Si tratta di una delle più grandi croci gemmate giunte fino a noi, è ricoperta da ben duecentoundici gemme incastonate sui quattro bracci e, caso unico tra le croci note, presenta il maggior numero di gemme antiche reimpiegate, circa cinquanta, molte delle quali provenienti da precedenti oggetti di ornamento.

Pinacoteca Tosio Martinengo

 

La Pinacoteca, con la sua importante collezione di opere - Raffaello, Foppa, Savoldo, Moretto, Romanino, Lotto, Ceruti, Hayez, Thorvaldsen, Pelagi, Canella e Canova per citare i nomi più noti -, è organizzata attraverso un percorso espositivo in 21 sale concepito per restituire al visitatore la complessità del Museo e delle sue collezioni mediante una riflessione sulla loro storia e sugli orientamenti critici che ne hanno determinato la fisionomia dal tardo-gotico al primo Ottocento.

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