Portale del turismo del Comune di Brescia: tutte le informazioni utili per la visita della città

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Tags : Pinacoteca Tosio Martinengo

Brescia, I profughi di Parga di Hayez

La commissione della grande tela si deve a Paolo Tosio: il mecenate aveva chiesto inizialmente ad Hayez un dipinto di soggetto mitologico, ovvero una Psiche, ma quando questi fece notare che il tema non era di suo gradimento perché troppo classico, il collezionista bresciano accettò di buon grado che fosse il pittore a scegliere ciò che fosse più consono al suo sentire. Accettando quindi la proposta di questo episodio di storia contemporanea che aveva suscitato larga risonanza in Europa, Tosio riconobbe al pittore anche la libertà di accrescere le dimensioni del dipinto, per garantire un migliore effetto. Ne nacque una delle opere più celebri del romanticismo italiano, nella quale la condotta accademica del disegno sostiene la rappresentazione corale della tragedia di un popolo oppresso.

Brescia, i vetri veneziani della collezione Brozzoni

Nel 1863, anno della sua morte, il collezionista bresciano Camillo Brozzoni donò al Comune le proprie raccolte d’arte, che comprendevano dipinti antichi e moderni, stampe e oggetti quali ceramiche, bronzetti, medaglie, oreficerie, avori, smalti e uno straordinario nucleo di vetri veneziani, la cui preziosità e peculiarità era già riconosciuta dai contemporanei. 

Brescia, "Primavera, Estate, Autunno, Inverno" di Antonio Rasio

Le quattro tele con la rappresentazione delle stagioni giungono nelle civiche collezioni nel 1952, acquistate dal Comune di Brescia dalla Fabbrica della parrocchiale di Verolanuova, presso la cui sagrestia erano conservate. Questi dipinti sono stati oggetto di discussione per quanto riguarda la loro datazione e attribuzione. A livello iconografico è evidente il riferimento allo stile di Giuseppe Arcimboldo, notissimo pittore della seconda metà del Cinquecento, nato a Milano, ma operante soprattutto presso la corte austriaca e quella boema. Celeberrimi i suoi ritratti realizzati con l’accostamento di frutti o oggetti.
Le tele della Pinacoteca Tosio Martinengo seguono il testo delle metamorfosi di Ovidio nella versione di Cesare Ripa del 1593 pubblicata a Roma e dedicata al Cardinal Salviati.

Brescia, "Adorazione dei Pastori" di Lorenzo Lotto

Tra il 1824 e il 1825, Paolo Tosio acquistò l’Adorazione dei Pastori di Lorenzo Lotto per la sua collezione, che in seguito avrebbe donato alla città di Brescia, fondando così la Pinacoteca Civica. Il quadro presenta quei caratteri di partecipata devozione e di intima commozione religiosa che il collezionista, in sintonia con i più moderni indirizzi artistici e di gusto, ricercava nelle opere del Rinascimento.
Di fatto, il carattere più evidente dell’opera è la capacità di trasformare lo schema della sacra conversazione in una riunione confidenziale che accomuna sullo stesso terreno e distribuisce la stessa indole ai personaggi divini e umani, riconducendo anche gli eventuali elementi simbolici a una dimensione naturalistica di straordinaria suggestione emotiva.

Brescia, “Incontro degli sposi” di Floriano Ferramola

Il frammento di affresco è parte del ciclo che anticamente decorava il salone del palazzetto Calini in vicolo Borgondio, la cui costruzione fu avviata negli anni 1480-1490 da Tonino Calini e conclusa al principio del secolo successivo dal figlio Mariotto.Il salone, restaurato negli anni Ottanta del Novecento, presenta un’elegante partitura architettonica ad affresco che finge un loggiato ad arcate poggiato su un alto basamento, scandito da colonne e coronato da un fregio con girali d’acanto e cornucopie. Sotto le arcate trovavano posto in origine ampie scene figurate, delle quali restano oggi solo labili tracce e sporadici lacerti.
Menzionati in una fonte secentesca, gli affreschi furono oggetto di una vera e propria ‘riscoperta’ per opera di Paolo Borgonoli, che nella sua Guida di Brescia del 1826 ne celebrava la “perfetta quiete, semplicità e mutevolissima armonia”.
Nel 1844 il bresciano Bernardo Gallizioli, che stava sperimentando una tecnica all’avanguardia per la rimozione degli affreschi, strappò una parte delle pitture su incarico dell’allora proprietario, il miniatore Pietro Vergine. Per un certo tempo, ridotti “quadri”, gli affreschi rimasero a Brescia fino a quando nel 1861 la Giostra – il più grande degli strappi, corrispondente a un intero arcone – fu acquistato per il South Kensington Museum di Londra, attuale Victoria & Albert Museum. Anche altri tre frammenti trovarono una collocazione oltre Manica, passando poi nel 1960 in una dimora romana. Nel frattempo, nel 1903, il Comune di Brescia aveva deliberato di acquistare 5 frammenti per la collezione della Pinacoteca.

Brescia, Cristo Redentore benedicente di Raffaello Sanzio

Insieme con l’Angelo della pala di Città di Castello e con una versione della Madonna dei garofani oggi giudicata prodotto della bottega dell’artista, la tavoletta del Cristo Redentore benedicente va a comporre il notevole nucleo di dipinti che Paolo Tosio acquistò all’inizio dell’Ottocento come opere autografe di Raffaello. Tali presenze contribuirono a fare della sua collezione uno dei centri di punta del gusto classicista in Italia settentrionale.

Il dipinto fu uno dei primi acquisti effettuati da Tosio sul mercato di Milano per la sua collezione da poco tempo iniziata: esso apparteneva alla famiglia dei marchesi Mosca di Pesaro, allora trasferitisi nel capoluogo lombardo. Le trattative, condotte con il tramite del conoscitore e collezionista bresciano Teodoro Lechi, cominciarono nel 1819 e si conclusero nel 1821. Al momento dell’acquisto la tavoletta era accompagnata da un documento che attestava fra l’altro che in quest’opera Raffaello volle ritrarsi “per Ecce Uomo”: l’ipotesi che nelle fattezze del Redentore si debba riconoscere un autoritratto dell’artista sembra trovare conferma nel confronto con altre opere, nelle quali il pittore si sarebbe raffigurato in diversi momenti della sua vita e del suo percorso artistico.

Brescia, "Donne che lavorano" di Ceruti

Il grande quadro è parte di un gruppo di quattordici tele che fu reso noto per la prima volta nel 1931: allora appartenevano alla collezione di Bernardo Salvadego e si trovavano nel castello Martinengo a Padernello, in provincia di Brescia. Successivamente furono disperse e sono ora divise tra numerose collezioni private, il Museo Lechi di Montichiari e la Pinacoteca Tosio Martinengo. L’individuazione di questo eccezionale nucleo di dipinti determinò la vera e propria riscoperta del loro autore, il pittore milanese Giacomo Ceruti, che oggi è considerato uno dei maggiori artisti del Settecento lombardo.
Note come “ciclo di Padernello”, le tele dovevano decorare in origine più di un palazzo della nobiltà bresciana e furono aggregate in un unico insieme nel corso dell’Ottocento. Esse rappresentano persone di umile condizione, intente in attività quotidiane. Potrebbero per tanto essere ricondotte alla tradizione della pittura di genere, nella quale sono spesso raffigurate scene di vita popolare: tale tipo di dipinti godeva di grande fortuna nelle dimore aristocratiche dell’epoca, soprattutto per il tono leggero e ammiccante. Tuttavia, i quadri dedicati da Ceruti a questi temi (tutti concentrati negli anni del suo soggiorno bresciano, tra il 1724 e il 1735) si caratterizzano per un’intonazione totalmente differente.

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Eventi

Passeggiando tra i capolavori
Mercoledì 26 Dicembre
ore 10.30 - Visita guidata alla Pinacoteca Tosio Martinengo, piazza Moretto
 

Per informazioni:
030 297 7833

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